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Mounsù Bigazzi ed il gatto (dagli stivali?)

Tutta la mia solidarietà a questo eroe del piccolo schermo. UNO DEI POCHI CHE BUTTA NEL CESSO L‘ETICHETTA  (PARACULAGGINE) E CHIAMA INDUSTRIE I MODERNI ALLEVAMENTI!!

Sospeso dal servizio (La prova del cuoco, RAI UNO) per avere detto che, in tempi lontani, si usava mangiare il gatto perchè l’altra carne, (conigli, pollame, ecc.) era merce rara e bisognava venderla per fare su un pò di danè.

In questa Italia  di culi pallidi, dove non ci scandalizza più per niente, (COCAINOMANI, CULATTOMANI, MITOMANI, LADRONI, PELANDRONI, ZOCCOLONI, FALSONI, BASTARDONI, ZOMPATE, ) non bisogna toccare il gatto, pena, fòri di ciap!

Siamo sempre alle solite: orrore CI MANDANO A TIRARE NAPALM IN TESTA A VECCHI, DONNE  E BAMBINI E POI SI SCANDALIZZANO SE SCRIVIAMO CAZZO SULL’ELMETTO…orrore, l’orrore è…(Colonnello Kurtz, Viet-Nam)

Mounsù Bigazzi è una persona per bene, educata, forse qui un FANCULO ci sarebbe stato bene, magari gli è rimasto tra i denti! (By Corsaro)

Fallimento Federconsorzi

INFORMAZIONE  PER I POSTERI:

 

SCANDALO FEDERCONSORZI

 
QUI DI SEGUITO IL CAPITOLO QUATTORDICESIMO DELLA COMMISSIONE PARLAMENTARE D’INCHIESTA SUL DISSESTO DELLA FEDERAZIONE ITALIANA DEI CONSORZI AGRARI 

 

 

Capitolo Quattordicesimo

Fatti di rilievo emersi nel corso dell’inchiesta

1. Le sovvenzioni dirette ed indirette alle associazioni di categoria

L’analisi condotta dalla Commissione ha evidenziato nella gestione della Federconsorzi numerose di anomalie che vanno ad aggiungersi a quelle che già la Commissione ministeriale d’indagine Poli Bortone aveva posto in luce.

Traendo le conclusioni su quanto accertato, è parso di trovarsi di fronte ad un organismo anomalo che applicava regole lontane da quelle di una corretta ed efficace amministrazione di una qualunque impresa.

Solo ad una ispirazione autoreferenziale sembrano, infatti, potersi ascrivere i rapporti economici che la Fedit aveva con le organizzazioni professionali, che ne costituivano l’anima e l’ossatura politica e che se ne alimentavano.

Dalla Fedit attingevano, da sempre, come ad un miracoloso pozzo inesauribile, risorse miliardarie sia la Coldiretti sia la Confagricoltura.

Ad esse si aggiunse, solo negli ultimi anni, una terza organizzazione, la Confcooperative.

Nel periodo compreso tra il 1986 ed il 17 maggio 1991, la Fedit versò alla Coldiretti, a titolo di contributo ordinario, la somma di lire 24.900.000.000.

Ma la Coldiretti non otteneva solo liquidità.

La Federconsorzi ne pagava direttamente le pubblicazioni, versando nello stesso

periodo alla società R.E.D.A. (Ramo editoriale degli Agricoltori), complessivamente ben 19.524.000.000.

Sommando i contributi ordinari a quelli straordinari ed al costo dei periodici nel periodo considerato, il totale degli esborsi in favore della Coldiretti ascende alla colossale cifra di lire 47.081.349.000.

Non era da meno la Confagricoltura che, tra contributi e pagamento di fatture del R.E.D.A., beneficiava, nello stesso periodo, complessivamente di lire 25.993.470.633.

La Confcooperative, ha ricevuto meno, ma pur sempre lire 4.600.000.000, tra contributi ordinari ed integrativi.

Le contribuzioni, significativamente, vennero gestite in forma esclusiva e riservata fino al 1988 dalla segreteria particolare del direttore generale e, successivamente, quando Luigi Scotti da direttore generale divenne presidente, dalla segreteria particolare del Presidente della Fedit.

I “contributi” alle associazioni non furono a lungo esposti in bilancio.

Quando lo furono, ciò avvenne in modo che la cosa non fosse riconoscibile.

Il presidente del collegio sindacale, dottor Cocco, riferì, significativamente, alla Commissione Poli-Bortone: “Io ho scoperto alla fine del mandato che queste erano somme che venivano inglobate in altro capitolo di bilancio, per cui sfuggivano ad un esame sul merito” (p. 9 del verbale).

Poiché la Fedit era pur sempre una società soggetta alle regole del diritto civile, occorre chiedersi: a che titolo i contributi venivano erogati?

Che cosa giustificava il pagamento delle pubblicazioni di associazioni del tutto estranee alla struttura della Fedit?

Il pagamento delle pubblicazioni veniva considerato come un sostegno ad “(…) iniziative di carattere culturale nell’interesse” che concorreva “(…) al miglioramento della capacità professionale degli agricoltori (…)” diffondendo la cultura agricola “(…) tra le centinaia di migliaia di soci dei consorzi agrari provinciali suoi federati ed in generale tra i produttori agricoli italiani”.

Si potrebbe plaudire all’ispirazione pedagogica, se le pubblicazioni sostenute fossero state di università e centri di ricerca e divulgazione e non fossero state sempre e soltanto quelle della Coldiretti e della Confagricoltura.

La fragilità della giustificazione del tutto formale è evidente.

Essa diventa addirittura grottesca se si pensa che la Fedit pagava, a titolo di spese di rappresentanza, persino la pubblicazione della Agenda agricola Coldiretti (nel 1996 ben lire 95.150.000 per 55.000 copie) della cui capacità di promozione culturale è lecito dubitare.

Per quanto riguarda i contributi, fu adottato un sistema formalmente più lineare ma non meno discutibile, sicuramente censurabile dal punto di vista dell’opportunità e della moralità della gestione, e di dubbia liceità penale.

La Federconsorzi si era iscritta come socia alla Coldiretti ed alla Confagricoltura e da ultimo anche alla Confcooperative; non risulta che si fosse iscritta ad altri organismi.

Gli statuti delle associazioni stabilivano che i rispettivi presidenti fissassero ogni anno l’ammontare delle quote di contribuzione a carico degli enti aderenti: erano pertanto gli stessi beneficiari a stabilire, a piacimento, il contributo annuale della Federconsorzi.

Le erogazioni erano sostenute da delibere che richiamavano la missione della Federconsorzi in favore dell’intero mondo agricolo, ma che in realtà servivano ad assicurare sostegno concreto alle sole associazioni di categoria sopra indicate.

La Coldiretti e la Confagricoltura non erano considerate due libere associazioni private ma due strutture, e per di più le sole, al servizio dell’agricoltura; ciò dipendeva dal fatto che gli amministratori della Fedit appartenevano tutti alla Coldiretti ed alla Confagricoltura e, che, quindi, deliberavano in realtà in proprio favore.

Dietro le parole altisonanti non c’era in realtà nulla che potesse davvero motivare e giustificare l’impiego di somme così rilevanti per sostenere associazioni che dovevano invece sostenersi con i soldi dei propri soci e cioè delle imprese agricole e dei coltivatori diretti.

La Federconsorzi era generosa non solo con le organizzazioni professionali, ma anche con i suoi dipendenti e collaboratori.

Gli amministratori della Federconsorzi, fino al 1989, e cioè prima dell’avvento della gestione cosiddetta manageriale del dottor Pellizzoni, avevano grandissima considerazione dei loro collaboratori tanto da corrispondere loro premi di produttività ogni anno.

Eppure quando il dottor Pellizzoni si insediò come direttore generale, non fece altro che rivolgersi per ogni questione a consulenti esterni, proprio per la mancanza di adeguata professionalità da parte di dipendenti tanto produttivi ed operosi.

I consorzi boccheggiavano, ma i loro direttori sicuramente no.

Fino al commissariamento, la Federconsorzi distribuì ai responsabili dei consorzi “premi di operosità”, di cui v’è traccia fin dal 1980, che venivano stabiliti dal direttore generale.

Evidentemente premeva piuttosto la fedeltà dei direttori che non la loro capacità gestionale.

La generosità della Federconsorzi si estendeva davvero a tutti.

Gli omaggi e le liberalità nel periodo 1986-17 maggio 1991 assommano a lire 7.263.645.002.

Perfino nel 1989 e nel 1990, anni di conclamata difficoltà, il flusso non diminuì:1.567.737.637, nel 1989, 1.398.690.043, nel 1990.

Non mancavano gli omaggi di prodotti Federconsorzi: dal 1988 al 1990, essi furono distribuiti per ben 1.101.498.109.

La filantropia non mancava: ne beneficiavano però non i poveri ma alcuni privilegiati.

Per i pacchi dono destinati ai figli dei dipendenti Coldiretti e Confagricoltura furono spesi, dal 1986 al 1989, in totale lire 898.680.000.

Anche il profilo culturale non era trascurato.

Non mancavano i viaggi di istruzione all’estero, che non sembrano aver tuttavia giovato, considerati i risultati, ad amministratori e sindaci della Fedit.

Sicuramente non giovavano alle finanze della Fedit.

Per viaggi in Spagna, in Israele, Brasile e Belgio, dal 1986 al 1989, risultano spesi ben 820.974.343.

2. Gli immobili della Federconsorzi locati alla Coldiretti ed alla Confagricoltura

La Federconsorzi disponeva di immobili di pregio storico ed architettonico, arricchiti da arredi di rilievo e persino da una collezione di opere d’arte.

Essi furono in parte dati in locazione alle due associazioni di categoria che controllavano la società. Si tratta dei palazzi di via Yser numero 16, Rospigliosi e dei familiari e Della Valle.

Il contratto relativo ai palazzi Rospigliosi e dei familiari fu rinnovato il 15 maggio 1991 cioè due giorni prima del commissariamento della Federconsorzi.

I Palazzi Rospigliosi e dei familiari, ubicati in via 24 maggio numero 43, furono concessi in locazione alla Coldiretti per un canone annuo di lire 200 milioni.

Secondo il consulente tecnico d’ufficio, il canone che si sarebbe dovuto richiedere per il valore di redditività degli immobili ammontava invece a 4 miliardi 155 milioni annui.

Il palazzo di via Yser n. 16 fu locato, con contratto del 1° dicembre 1987, ad un canone di 38 milioni annui; il canone che si sarebbe dovuto richiedere, secondo il valore di redditività dell’immobile, ammontava ad 1 miliardo e 650 milioni.

Il Palazzo Della Valle, in corso Vittorio Emanuele 101, fu locato per un canone di 150 milioni, mentre quello che si sarebbe dovuto richiedere ammontava a 970 milioni. Indipendentemente dall’entità del canone di locazione, va osservato che Coldiretti e Confagricoltura non pagavano con i propri soldi, ma con l’ammontare delle somme che la Fedit dava loro di anno in anno.

Palazzo Rospigliosi fu venduto alla Germina Campus srl, società completamente controllata dalla Coldiretti, il 28 giugno 1995 per la somma di 71 miliardi. La Commissione ha svolto accertamenti sulle modalità del pagamento, verificando che la Coldiretti utilizzò crediti bancari ed affidamenti concessi sulla base di titoli di Stato in possesso della stessa Coldiretti.

3. I fondi anomali

Una partita contabile anomala, di rilevante entità, tanto da raggiungere nell’esercizio 1988 l’entità di 379 miliardi, fu esposta sotto la voce “Altri debiti e partite diverse “, nel bilanci della Federconsorzi fino all’esercizio 1990.

La posta fu creata nell’esercizio 1966.

La Commissione ha acquisito elementi che la inducono a ritenere che tali debiti miliardari non furono mai contratti dalla Federconsorzi e che, quindi, la posta era del tutto artificiosa.

Sembra trattarsi di un fondo occulto, acceso e coltivato per finalità che non è stato possibile accertare, dagli amministratori della Federconsorzi che precedettero il dottor Pellizzoni.

La creazione e l’entità della falsa appostazione contabile forniscono, di per sé, la misura dell’inattendibilità della contabilità della Federconsorzi.

L’anomalia della posta fu evidenziata, criticamente, per la prima volta, nella relazione redatta nel 1989 dai professori Pavan e Cattaneo, incaricati dal direttore generale Pellizzoni di relazionare sullo stato generale delle scritture contabili della Fedit.

Si legge infatti nell’elaborato che il bilancio evidenziava, sotto la voce “Altri Debiti”: Debiti “consolidati” (il cui pagamento non è rivendicato dai titolari da molti anni) £. 379 mld (…) Potrebbe rivelarsi una riserva”.

Nei bilanci della Federconsorzi, dal 1982 al 1988, e nelle relazioni degli amministratori non si è rinvenuto nessun elemento utile a chiarire l’origine e la ragione dell’appostazione contabile.

Nella relazione che corredava il bilancio 1989 – gestione Pellizzoni – gli amministratori della Fedit davano atto che l’entità della posta era stata ridotta a 220.193.000.000, essendo intervenuta una liberazione delle passività per 159.733.000.000 e che tale operazione contabile aveva consentito il pareggio del bilancio, ma non ne chiarivano la natura e l’origine.

Nell’esercizio 1990 la posta veniva completamente azzerata con identiche motivazioni.

Il dottor Pellizzoni ha, in proposito, dichiarato a questa Commissione il 20 luglio 1999: “Nelle analisi dei bilanci si scoprì, ad un certo punto, che nel passivo erano inseriti debiti vecchissimi, degli anni ’50-’60.

Ascoltammo i nostri consulenti i quali ci dissero che non potevamo cancellare i debiti, ma dovevamo verificare se fossero stati prescritti. Prendemmo la Coopers & Lybrand e analizzammo tutti i debiti. Nel bilancio del 1989 furono cancellati circa 150-200 miliardi.

Risalivano agli anni ’60, erano legati agli ammassi (…) Ne abbiamo parlato con gli ispettori del Ministero i quali affermarono che non dovevano essere cancellati. Se però dovevo certificare il bilancio, non potevo lasciarli lì; per toglierli dovevo seguire una procedura precisa.

Tutti i fiscalisti ed i legali che ho consultato hanno suggerito di verificare ogni singolo debito, che, qualora avesse superato i 10 anni di prescrizione, avrebbe potuto essere cancellato”.

Secondo il dottor Pellizzoni si trattava, dunque, di debiti reali per i quali era maturata la prescrizione.

Sul punto egli è stato smentito dal suo più stretto collaboratore, il dottor Bambara, responsabile finanziario della Fedit, al cui apporto i bilanci relativi agli anni 1989 e 1990 furono in larga parte dovuti.

Richiesto in merito, il dottor Bambara ha, infatti, riferito alla Commissione il 3 febbraio 2000: “(…) Spiego l’origine delle contabilizzazioni che ho trovato(…). Dagli anni ’70 fino all’80 circa esisteva una metodologia, approvata dagli organi finanziari dell’epoca, per quanto riguarda la contabilizzazione delle campagne agricole.

(…) Siano esse di ammasso, siano esse di commercializzazione, esse hanno origine nel luglio di ogni anno e terminano, dal punto di vista commerciale, al giugno dell’anno successivo.

I rendiconti poi avevano bisogno di chiusure, di altri tre o quattro mesi, per essere completati.

Al 31 dicembre di ogni anno era in piedi l’attività di commercializzazione; non era conclusa.

Quindi non vi era coincidenza tra la conclusione delle attività di commercializzazione e la conclusione dell’esercizio e, quindi, del bilancio.

Bisognava, allora, operare sui ratei e sui risconti per quantificare il reddito tipico di queste attività.

Ricavi e costi venivano analizzati e la metodologia, approvata dagli uffici finanziari (…) era la seguente: mentre i ricavi venivano considerati per cassa (i ricavi cioè che maturavano venivano inseriti nel bilancio mentre quelli che non maturavano venivano rinviati all’anno dopo), i costi, poiché le prestazioni erano state già effettuate in gran parte, venivano trattati in modo diverso.

Non si registravano soltanto i costi per cassa ma si faceva anche una previsione – quello che oggi si chiama il rateo contabile – dei costi relativi alle prestazioni non ancora contabilizzate – lo sarebbero state l’anno dopo – e si inserivano in bilancio come costi”.

In particolare, il dottor Bambara ha ben posto in evidenza che non si trattava di debiti concreti maturati nei confronti di creditori reali, ma di accantonamenti, molto lontani nel tempo, per finalità costituite dalla copertura di costi degli ammassi la cui gestione era cessata da lunghissimo tempo ed il cui ammontare era stato trasformato in un “fondo” di cui appare evidente la non legittimità. “Mentre i ricavi andavano in conto economico, questi costi in parte andavano in conto economico per i costi realizzati, maturati e registrati nell’anno, in parte andavano in un accantonamento nel passivo, quello dei ratei, appunto tra le passività diverse. Quindi non erano nominative presumibilmente avrebbero potuto avere dei creditori ma, di fatto, erano dei ratei che venivano accantonati in attesa, l’anno dopo, di essere o cancellati o comunque interpretati quando si faceva la rendicontazione. L’anno successivo, quando si chiudevano le rendicontazioni, parte di questi costi non erano da addebitare a quelle attività.

Allora la Federconsorzi ha deciso negli anni ’70 di mantenere questi costi tra le “passività diverse”, di trattarli come fondi-rischi per eventuali esigenze future e di lasciarle nella contabilità (…)

(…) A mio modo di vedere non costituiva una riserva occulta bensì un fondo rischi. Qualcuno può chiamarla una riserva occulta, come del resto fa il Procuratore della Repubblica.

Non è corretto parlare di riserve occulte dal momento che in realtà nella contabilità risultavano chiaramente.

Se non fossero state così evidenti non le avremmo trovate”.

Si trattava, dunque, a seguire l’assunto del dottor Bambara di fondi accantonati per rischi e non di debiti già maturati.

Riesce, pertanto, difficile alla Commissione comprendere come dei rischi e cioè dei debiti possibili, ma pur sempre esclusivamente virtuali, si siano potuti prescrivere!

Sembra più verosimile che il direttore generale Pellizzoni, d’intesa con il direttore finanziario Bambara, invece di dare atto della scoperta di una posta del tutto artificiosa e di comunicare la verità a soci e creditori, ritenne opportuno annullarla ricorrendo ad un nuovo e diverso artificio contabile.

Fu simulato, infatti, che si trattasse di vecchi debiti reali da considerarsi prescritti e da imputare a sopravvenienze attive.

A ciò va aggiunto che il dottor De Santis, della società Cooper & Lybrand, in una nota alla Commissione, ha escluso l’assunto del dottor Pellizzoni secondo cui tale società eseguì una revisione contabile e, quindi, un controllo sulle esposte partite debitorie, e ha dichiarato che la Cooper & Lybrand si limitò ad effettuare una semplice “riconciliazione” dei partitari.

Sulla questione, ha annotato, significativamente, nei suoi appunti rinvenuti presso la Federconsorzi il commissario governativo Giorgio Cigliana in data apparentemente prossima al 25 ottobre 1991: “I debiti fasulli (inizio 1980) fatti emergere per 380 miliardi nei bilanci 1988-1990 – furono annotati – (come prescritti). C’erano delle fasulle rettifiche dei crediti (oltre 100 miliardi) iscritte negli anni ’80 e fatte riemergere negli anni ’89-’90.

Il tutto regolarizzando fiscalmente le partite!”

Occorre quindi stabilire se le poste qualificate come spese precalcolate, possano davvero essere ritenute tali o se si tratti, invece, di “costi inesistenti”.

La Commissione, considerate le linee generali della gestione della Federconsorzi e, in particolare, l’indirizzo seguito per anni in tema di crediti, che non si può certo definire ispirato a prudenza; ritenuto che se si fosse trattato di poste prudenziali queste, una volta chiuse tutte le gestioni speciali degli ammassi, non avrebbero avuto alcuna ragione d’essere, e quindi, sarebbero dovute scomparire da decenni, ha maturato il convincimento che si tratti di costi del tutto inesistenti.

Alla stessa conclusione giunsero, successivamente, i consulenti Carbonetti, Martellini e Sica che definirono la posta nata dal caricamento di “costi inesistenti che avevano presumibilmente l’obiettivo di ridurre l’imposizione fiscale e possibilmente creare riserve liberamente disponibili”.

La mera finalità di evasione fiscale, che nulla toglie alla illiceità dell’appostazione protrattasi per decenni, non appare però appagante.

Inducono a ragionevoli sospetti in altra direzione gli accertati 21.000 milioni di decrementi negli accantonamenti effettuati nel periodo dal 1967 al 1976, che non appaiono compatibili con la postulata finalità di evasione ma piuttosto con l’esigenza di disporre di partite contabili idonee a giustificare formalmente ed ad occultare ogni tipo di uscita di flussi di cassa.

In proposito, va sottolineato che si trattava di una posta di notevole entità, illegalmente costituita che influenzò negativamente i bilanci dal 1966 al 1988, e, quindi, anche quando le condizioni economiche e finanziarie si erano già degradate e le preoccupazioni degli amministratori erano piuttosto quelle di esporre risultati di bilancio non migliori di quelli reali.

Si trattava, insomma, verosimilmente, di una “riserva occulta” di cui non è stato possibile accertare, per i limiti di tempo imposti a questa Commissione, uso e destinazione.

4. Le cambiali anomale

I titoli cambiari furono rinvenuti dal commissario governativo, avvocato Lettera, nella cassaforte della Fedit e sottoposti a sequestro preventivo da parte della magistratura di Perugia il 24 aprile 1996.

Si trattava di 804 cambiali ordinarie per lire 177.245.833.471 e di 1.118 cambiali agrarie per lire 611.249.485.104 rilasciate all’ordine Fedit dai consorzi agrari.

Le scadenze dei titoli erano le seguenti:

anteriore del 17 maggio 1991: lire 382 miliardi;
anteriore al 4 luglio 1991 (data della richiesta di concordato): 9,8 miliardi;
anteriore al 5 ottobre 1992 ( data della sentenza di omologa): lire 223 miliardi;
successiva al 5 ottobre 1992: lire 186 miliardi di cui 38,7 miliardi verso Cap in bonis.
Secondo la Fedit ed in particolare il direttore finanziario Bambara si trattava:

– per lire 172,9 miliardi, di cambiali in garanzia a fronte di prestiti dodecennali e cioè di finanziamenti in favore dei Cap per consentire il pagamento dei debiti nei confronti di Fedit derivanti da operazioni commerciali; l’ammontare dei relativi crediti commerciali, corrispondenti alle cambiali, sarebbe stato esposto nell’attivo patrimoniale in apposito conto nei bilanci a partire dall’anno 1989;

– per lire 413,6 miliardi, di cambiali in garanzia emesse dal 1984 al 1991, a fronte di finanziamenti speciali, rateizzazione del pagamento dello “scaduto” e cioè dell’ammontare dei crediti commerciali corrispondenti alle cambiali inserite nella voce “scaduto”, o di beni con rilascio di titoli ordinari a garanzia;

– per lire 201,6 miliardi, di cambiali agrarie inviate dai consorzi a pagamento dello “scaduto” commerciale.

L’ammontare dei titoli veniva imputato a deconto del credito Fedit e quindi le cambiali venivano accettate pro soluto; in caso di mancato pagamento, le cambiali venivano trasformate in titoli “a garanzia” previo riaddebito del conto “scaduto” ed inserite in apposito portafoglio (titoli passati allo sconto e restituiti dal sistema bancario).

La Fedit avrebbe congelato i titoli in cassaforte perché i consorzi, che li avevano emessi, non erano solvibili.

I titoli erano pertanto privi di valore reale e non furono portati all’incasso per evitare i costi connessi.

Si sarebbe trattato di titoli in garanzia, che se esposti nell’attivo del bilancio, ne avrebbero alterato i valori, ed esclusi dalle attività cedute alla SGR, ma costituenti garanzie dei crediti ceduti.

L’enorme massa di titoli cambiari in garanzia sarebbe stata giustificata dall’attività istituzionale della Fedit di sostegno finanziario ai consorzi, a norma dell’articolo 3 del decreto legislativo n. 1235 del 1948 e dello Statuto.

In proposito, vanno richiamate tutte le osservazioni che individuano la causa principale della crisi della Fedit proprio nel credito concesso illegittimamente ed irresponsabilmente oltre ogni limite ai consorzi agrari.

Va osservato che in ogni caso, così operando, la Fedit avrebbe sistematicamente:

– occultato la difficoltà o l’impossibilità dei Cap di adempiere l’obbligo di pagare le forniture (rapporti di c/c commerciale), facendo risultare inferiore al reale lo scoperto di c/c mediante l’addebito a deconto, in favore dei Cap, dell’importo di cambiali ordinarie od agrarie, considerate come contante e riaddebitate solo alla scadenza in caso di mancato pagamento;

– occultato i finanziamenti e gli oneri connessi addebitando i relativi oneri all’ordinario rapporto di conto corrente commerciale;

– assunto consapevolmente il peso degli oneri dello sconto bancario e della fattorizzazione dei titoli, che, emessi da soggetti economici che non erano in grado di adempiere le obbligazioni già assunte, non erano in grado di soddisfare le nuove.

Secondo il consulente tecnico officiato dalla magistratura di Perugia di accertare la reale natura, i titoli, invece: “sembrano costituire una parte di un più ampio compendio del quale non è dato ricavare con sufficiente attendibilità l’ammontare; (…) ad essi non sembra possa riconnettersi alcuna funzione di garanzia (a tal proposito si ricorda che nessuna delle persone sentite sul punto dai Cap indicati nel campione esaminato, ha affermato che il rispettivo consorzio avesse mai emesso effetti a scopo di garanzia (infatti per buona parte di essi sembra accertata la natura di vero e proprio credito (…). Appare inspiegabile lo storno da parte della Fedit dal conto di bilancio portafoglio a beneficio del conto crediti verso Cap”.

La Commissione non ha potuto approfondire la questione che rimane, pertanto, aperta.

E’, motivo di grave sospetto, la circostanza che i titoli, in regime di grande segretezza, furono prima portati nella sede della SGR e poi nuovamente in quella della Federconsorzi.

una nota contabile anomala
La Commissione ha rinvenuto tra la documentazione della Federconsorzi un documento nel quale sembra contenuta la rendicontazione trimestrale, alla data del 30 marzo 1986, relativa all’attuazione delle provvidenze pubbliche per lo sviluppo della zootecnia e della meccanizzazione agricola.

In esso risulta annotato che parte dei contributi, per ben lire 2.492.029.003, dovevano essere considerati extracontabilmente (ovvero in “nero”?).

Il contenuto del documento è il seguente:

Contributi sugli interessi – considerare extracontabilmente lire 2.492.029.003

per rendiconti con date fino al 31.03.1986

Contabilmente lire 1.914.995.462
Extracontabilmente lire 2.492.029.003
TOTALE lire 4.407.024.465

Non è stato possibile eseguire approfondimenti per la già segnalata tirannia del tempo.

L’annotazione sembra, tuttavia, illustrare con grande efficacia, l’inattendibilità delle scritture contabili ed in genere dei conti della Fedit.

6. documenti significativi rinvenuti dalla Commissione

La ricerca eseguita sulla documentazione della Federconsorzi custodita negli archivi di Castelnuovo di Porto, di entità misurabile in alcune decine di chilometri lineari, ed esaminata dalla Commissione in forma necessariamente limitata, al precipuo fine di ricostruire i profili fondamentali della gestione economica e finanziaria della Federconsorzi, ha fatto emergere, incidentalmente, elementi che sembra opportuno evidenziare.

E’ stato, infatti, possibile ricostruire le spese sostenute dalla Federconsorzi per la “pubblicità” negli anni 1990 e 1991 e, quindi, in tempi di crisi conclamata.

Esse sembrano rilevanti sia per l’entità, sia perché riguardano anche manifestazioni politiche.

Nell’anno 1990 l’entità complessiva della spesa fu pari a ben 8.419 milioni.

Nell’anno 1991 essa fu pari a 3.979 milioni.

Le spese pubblicitarie riguardano le seguenti manifestazioni politiche:

il XIX congresso straordinario del Partito comunista italiano, del marzo 1990, per lire 47.600.000 al lordo di Iva, somma fatturata per tale specifica, dichiarata, causa, dalla società E.I.P.U. spa;

la XIV Festa nazionale dell’amicizia per lire 107.100.000 al lordo di Iva, somma fatturata dalla P.P.S. srl per tale specifica, dichiarata, causa;
la Festa dell’amicizia, svoltasi a Pisa nell’ottobre 1990, per lire 17.850.000 al lordo di Iva, somma fatturata dalla M.E.R.C.I. srl per tale specifica, dichiarata, causa;
il Meeting per l’amicizia tra i popoli (Rimini, agosto-settembre 1990) per lire 92.200.00 al lordo di Iva, somma fatturata dalla Associazione Meeting per l’amicizia tra i popoli per “Sponsorizzazione ufficiale della manifestazione (Massalombarda)”.
Con le medesime modalità, la Commissione ha rinvenuto, in tempo prossimo alla chiusura dei lavori, documentazione che sembrerebbe indicare che la Federconsorzi eseguiva, da lungo tempo, pagamenti in favore di partiti politici, sindacati, associazioni professionali e di categoria, giornali ed uomini politici.

Va immediatamente, avvertito che non si tratta che di un’ipotesi di lavoro, perché non è stato svolto alcun accertamento, volto a verificare l’autenticità degli scritti e la veridicità del loro contenuto.

Pur tuttavia, trattandosi di documenti dattiloscritti e manoscritti, custoditi nell’archivio della Federconsorzi, è possibile formulare un’astratta ipotesi d’autenticità e veridicità.

Essi potrebbero costituire ed indicare una traccia meritevole di approfondimento, idonea a far luce sugli aspetti “politici” della gestione della Federconsorzi.

Da un primo, sommario esame della documentazione, sembra emergere, in sintesi, che la Federconsorzi corrispondeva da lungo tempo, e, in alcuni casi, fin dagli anni ’50, somme di danaro ad associazioni di varia natura e ad enti vari.

Si sono rinvenute convenzioni tra la Federconsorzi ed alcuni soggetti, con le quali la Federconsorzi s’impegnava a corrispondere un compenso per remunerare l’impegno di collaborare alla realizzazione dei suoi fini istituzionali, assunto dai contraenti.

E’ il caso dei sindacati Uil e Cisnal.

Un’altra convenzione, fu stipulata con l’Unione tabacchicoltori italiani.

Corrispondenza di analogo contenuto riguarda l’Ente nazionale di assistenza coltivatori e l’Associazione italiana coltivatori.

Si è, altresì, rinvenuta documentazione relativa ad una contribuzione, formalmente deliberata, in favore della Confederazione cooperative italiane, negli anni Settanta.

La Commissione non ha potuto verificare come ed in quali forme si concretizzassero le collaborazioni, se esse fossero effettive e soddisfacessero le finalità dichiarate, la coerenza con le finalità istituzionali dell’impresa e, infine, con quali fondi fossero alimentate.

La Federconsorzi, inoltre, assicurava, come risulta dalla corrispondenza rinvenuta, un concreto “sostegno nello svolgimento del programma della politica dei redditi” a “La Voce Repubblicana” negli anni 1967 e 1968.

Infine, una nota manoscritta apparentemente risalente all’anno 1972, contiene un elenco di presumibili beneficiari di somme, apparentemente erogate nei primi quattro mesi dell’anno, per un totale di lire 153.500 (milioni?). La Commissione non ha inteso riportare nella relazione il testo di tale nota, non avendo potuto compiere adeguati accertamenti atti ad accertare la provenienza di tale documento, che risulta apocrifo e privo di data.

Si è, poi, rinvenuta una ricevuta, apparentemente rilasciata dal Partito Repubblicano Italiano, del 29 marzo 1972 per lire 15 milioni a firma del segretario organizzativo del partito.

Interesse storico-politico, sembra, infine, rivestire un carteggio riservato, risalente agli anni Sessanta, che contiene elementi utili a ricostruire il ruolo dell’allora presidente della Federconsorzi e le prospettive della Federconsorzi all’epoca della formazione del primo Governo di centrosinistra.

Anche su questo aspetto, la Commissione non ha avuto il tempo materiale di svolgere i dovuti approfondimenti, considerata anche l’epoca lontana di riferimento.

IL PROCESSO BREVE PORRA’ FINE A QUESTA TELENOVELA SOTTERRANDO PER SEMPRE BARACCA E BURATTINI.

Fonte: (clicca) Facebook (By Corsaro)

Tuoni e fulmini dal Monte Olimpo

Il Monte Olimpo, la casa degli Dei.

Zeus, Poseidone, Ares, Era, Afrodite, Atena che meraviglia!

Dei tonanti, severi e perennemente invischiati con le faccende “umane”…

Dopo secoli di oblio, tra le nebbie del Monte Olimpo, escono allo scoperto, più incazzati che mai e la MAGNA GRECIA, torna a  fare  tremare le signorine della UE.

Gli Dei appoggiano la RIVOLTA DEI CONTADINI GRECI che, stufi dell’indifferenza della politica, sfiniti dal crollo dei prezzi di grano, cotone, frumento (quotazioni imposte dalla UE),  organizzati come squadre speciali hanno bloccato le frontiere boicottando le merci agricole in entrata.

La classe non è acqua! (By Corsaro)

Fotovoltaico? No grazie!

C’è un pullulare di demoni mendaci che spingono,  quello che ne rimane del genere umano, a compiere azioni che, financo uno scimunito, riconosce inutili, costose e dannose per l’ambiente.

Giustoappunto oggi parliamo di fotovoltaico! Così, per iniziare bene  l’anno.

Energie alternative: il business di questi tempi. Come le mosche che svolazzano sugli escrementi  orde di papponi infoiati  si gettano all’assalto del mondo agricolo che giace a terra esanime, agonizzante ed abbandonato da tutti.

I papponi, o “culi pallidi”,  propongono di “seminare” ferraglie munite di pannelli fotovoltaici sui terreni agricoli anche di prima e seconda classe, quelli migliori per capirci. Acciocchè codesta malsana idea si avveri e si mostri in tutta la sua immonda natura (proviamo ad immaginare quanto brutta sia la nostra campagna con ‘sta ferraglia) prospettano al bifolco (non siamo più, ni contadini, ni imprenditori agricoli perchè ci siamo, come un tempo, inginocchiati al potere) guadagni strepitosi, altro che coltivare!

Ebbene, cari miei fedeli lettori, ciò mi fa pena!

Mi fa pena vedere come un mondo (quello agricolo) sia considerato un qualcosa da annienare: dove non è arrivato il cemento arriva il pannello!)

Guadagni? Ma va la! Come al solito guadagnano le banche, gli affaristi, i mariuoli, chi vende gli impianti e chi gestisce la corrente. Perchè, la corrente, non rimane un bene per il territorio, che diventa indipendente da terzi, ma viene immessa nei circuiti di propietà dei soliti e rivenduta.

E alle generazioni future rimarranno montagne di ammassi ferrosi da smaltire e terreni infecondi, saturi di tutto ciò (metalli pesanti) che il “mostro fotovoltaico”  perde nella sua carriera.

Ma non bastava spegnere qualche lampadina per risparmiare sulle bollette?

Ma non bastavano i tetti delle case, dei capannoni e le aree marginali? Proprio il “ventre di madre natura” bisogna distruggere?

E tutti i santificatori, osannatori, salvatori di Madre Terra o Terra Madre dove sono?  Dicono che quest’anno è l’anno delle biodiversità.

Ma de che? ( By Corsaro)